Il vecchio logo era fermo al 2020 – anno noto ai più per una pandemia globale, a me anche per una laurea presa senza la soddisfazione di una cerimonia dal vivo (sob).
Al di là dell’affetto accumulato, il problema era strutturale: terminazioni non uniformi, spaziature casuali, forme incoerenti tra loro, elementi senza respiro. Un logo che raccontava un momento, non una direzione.
Il vero nodo era però di identità: non rifletteva più la professionista che sono diventata e non aveva sistema, né nessuna logica estendibile oltre il segno singolo.
L’obiettivo, quindi, era costruire qualcosa che facesse convergere due binari che fino ad allora correvano paralleli: il rigore del digital design e l’empatia dell’illustrazione. In aggiunta, anche il tono con cui presentarmi: professionale ma accessibile, con una giusta dose d’ironia.