l'uso dell'intelligenza artificiale secondo una creativa

non la disdegno, ma di certo non le affiderei le chiavi di casa

“e importnte che e uno strumento, e come tale va usato come estensine del proprio lavor, non come sostito” –  no, non hai appena avuto un’allucinazione visiva, e io non sono impazzita: ti ho solo voluto far leggere un pezzo di questo articolo prima che l’IA ci mettesse lo zampino. Perché sì, la uso anch’io. E prima che chiami la polizia dei creativi: no, non credo che farle la guerra serva a qualcosa, ma nemmeno usarla come una consulente personale h24. La giusta dose, come un po’ per tutto, sta nel mezzo.

hello there,

sono Laura – visual designer e illustratrice digitale.

passo le giornate a costruire identità visive (loghi, siti, illustrazioni) per chi vuole lasciare un impatto positivo.

in questo articolo

meglio farsi amici i propri nemici

Quello sull’intelligenza artificiale è il tema caldissimo del momento – e non solo per il riscaldamento globale. La maggior parte dei miei colleghi la condanna a morte, ma c’è anche chi la loda come una divinità, o chi aspetta trepidante il giorno in cui i creativi dovranno andare a zappare la terra per “trovarsi un lavoro utile all’umanità” (e qui percepisco un po’ d’invidia di sottofondo, eh).

Quando è uscito Claude Design (per gli amici boomer all’ascolto: uno strumento di IA di Anthropic che consente di creare design, prototipi interattivi e contenuti visivi conversando con la macchina come se fosse il tuo tirocinante sottopagato), a vedere i miei social avresti acceso un cero a Lourdes per me e per tutta la community creativa.

Ogni giorno, una pioggia di post come: “I designer sono morti“, “I creativi hanno smesso di lavorare“, “Questo software ha appena ucciso i web designer“. E non credere che i designer fossero da meno: “Ho chiesto all’AI di farmi il logo, guarda che schifo“, “Landing page fatta da un professionista vs Claude Design“, “Guerra ai volantini fatti con l’IA“. Insomma, un macello. Sembrava di stare nel salotto televisivo di Barbara D’Urso.

Io, in mezzo a tutto questo delirio, non ci ho visto nulla di utile in nessuno dei due approcci. Inizialmente ero intimorita, lo ammetto, ma ho preferito testare il terreno con mano prima di trarre conclusioni affrettate.

come ho deciso di farmela amica

Ammetto di non aver usato nemmeno lo 0,1% delle potenzialità di questi strumenti, e credo che il motivo stia proprio in come li uso. Andiamo con ordine.

1. per domare le parole: scrivere contenuti (senza perdere la mia voce)

Mi è sempre piaciuto scrivere, ma non mi è mai risultato facile – e dire che mi viene molto meglio che parlare (the irony).

Sono una di quelle persone che perdono quattro ore per rispondere a una mail di mezza riga e la vedono volare via con la firma “distinti salumi”. E soprattutto in italiano, faccio una faticaccia ad articolare le frasi e a renderle scorrevoli. In inglese, invece, complici anni di studio e lavoro all’estero, mi è sempre risultato molto più semplice.

Quando ho iniziato a scrivere contenuti per questo sito, avevo decisamente bisogno di una mano. Mi perdoneranno i copywriter, ma l’IA in questa fase mi è stata particolarmente utile per molti motivi: mettere in ordine le idee prima che svanissero dalla mia mente, definire la struttura degli argomenti senza che fosse un flusso di coscienza continuo e, soprattutto, sistemare attacchi dislessici improvvisi e i maledetti accenti (grazie, tastiera del PC inglese).

Ho risparmiato tempo? Assolutamente no! 

Ne ho perso molto di più ad aggiustare il tiro perché l’IA rielaborava, ma nulla mi sembrava genuino.

Tuttavia mi ha dato una guida per scrivere testi che fossero davvero  miei e, piano piano, per dipendere sempre meno dal suo utilizzo – come quando togli le rotelle alla bici (per gli accenti no, mannaggia, devo continuare a delegarli).

Resta il fatto che parto sempre da una bozza scritta di mio pugno: è quella che do in pasto all’IA per sistemarla, e poi la rifinisco ancora io. Le idee e i ragionamenti, e un po’ di mania di perfezionismo – quelli restano farina del mio sacco.

2. fare un po' di ordine: organizzare le idee nella fase creativa

Come ho già accennato, nella mia testa le idee schizzano come la pallina in un flipper. Le butto giù tutte insieme, provo ad assemblarle, ma ogni tanto si incastrano. Usare l’IA mi ha aiutato a raggrupparle nella mente, soprattutto nelle fasi iniziali dei progetti.

Che si tratti di parole chiave, concetti o frasi, quando sento di essere arrivata a un vicolo cieco, oppure ho semplicemente bisogno di un altro punto di vista, ecco che arriva in soccorso il mio amico robot. Lo vedo come una figura a metà tra un collega del tuo settore (che non potrà mai essere sostituito, evviva i confronti) e l’amico che ancora non ha capito che lavoro fai e, con la sua beata ignoranza, ti regala lo spunto che ti svolta la giornata.

In questa fase per me è fondamentale valutare con attenzione le proposte che mi restituisce, farle mie e, se non mi convincono, tanti saluti. Tanto mica si offende.

3. fare il lavoro sporco: ricerche preliminari con l'intelligenza artificiale

Quando mi serve trovare informazioni in modo rapido e mirato, l’IA può fare un ottimo lavoro di scrematura in poco tempo. Per un progetto, un articolo, o qualsiasi cosa che richieda di leggere e consultare altri esempi (qui non parlo di ispirazione, quella arriva da altrove), mi anticipa una buona fetta del lavoro.

La parte fondamentale, qui, è chiedere sempre dove ha trovato le informazioni: posso poi approfondire l’argomento, scoprirne di nuovi e correlati, ma soprattutto verificare che siano corrette e in linea con quello che cerco. Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio.

ok, ma non ti allargare

Ho raccontato come uso l’intelligenza artificiale nel mio processo di lavoro, ma ci tengo a precisare che questo resta confinato alla fase preliminare, e per motivi ben precisi.

1. risultati finali: perché non li affido all'intelligenza artificiale

A meno che non si tratti di mockup di presentazione per i progetti – che hanno il solo scopo di dare un’anteprima di come un brand si comporta “in azione” (e anche lì, è un lavorone per farle uscire come dico io) – per sfondi, azioni ripetitive, modifiche e cose simili non la uso. Il mio lavoro, per fortuna, non implica grandi interventi come il photo editing massiccio o scrivere codice da zero: il campo d’applicazione resta piuttosto limitato, e in quel caso forse la sfrutterei di più, ma comunque con riserva.

Mi piace avere il controllo creativo su tutto quello che faccio, e in quella fase non la consulto nemmeno: mi sembrerebbe di copiare durante un compito in classe, solo per non sforzarmi di spremere le meningi.

Penso che questo sia il problema principale delle grafiche social generate solo con dei prompt: si riconoscono a distanza (ma non si leggono, molto ironico) perché sembrano tutte uscite dallo stesso stampo, oltre ad avere seri problemi di focus dell’informazione. Basterebbe dargli un tocco personale, ad esempio, usando i prompt giusti, includendo i colori, i font e le linee guida del brand, per ottenere un lavoro leggibile ma soprattutto coerente.

Ma per farlo è necessario prima avere le idee chiare – e qui un’identità visiva solida diventa essenziale. Non basta un prompt per fare un logo, così come non basta un logo per fare un’identità.

2. il grande elefante nella stanza: l'impatto ambientale dell'IA

È un tema di cui si parla pochissimo, ma è forse il più importante di tutti. L’utilizzo dell’intelligenza artificiale comporta un impatto ambientale non da poco, e far finta di niente non lo rende meno reale. Non sarà questo l’articolo in cui entro nel dettaglio di come e perché questo accade, ma non credo sia più il caso di ignorarlo: è una questione che riguarda tutti – non solo chi lavora nel digitale.

Siamo già in piena crisi climatica, e continuare a chiedere all’IA cose superflue – un gattino che canta solo per fare più like, un testo che potremmo tranquillamente scrivere da soli, una strategia di comunicazione senz’anima – non ha molto senso. Anzi, è francamente dannoso.

Certo, l’intelligenza artificiale non è l’unico fattore su cui prestare attenzione: tanti altri strumenti e attività richiedono risorse (un hosting per il sito web non selezionato a dovere, per dirne uno). Ma proprio per questo, più consapevolezza abbiamo, meglio riusciamo a fare il bilancio su cosa vale davvero la pena chiedere alla macchina e cosa no, per cercare di limitare il più possibile il nostro impatto.

3. la bellezza del fattore umano: il design come lavoro manuale

Quando si parla di design sono un’inguaribile romantica. Uso già un sacco di strumenti digitali per lavorare: l’iPad per disegnare, il computer per progettare siti e loghi, il telefono per i contenuti. Ridurre ancora di più la mia manodopera su quello che creo mi sembrerebbe controproducente.

Certo, il processo mentale resta lo stesso a prescindere dallo strumento. 

Ma sporcarmi le mani, sbagliare, impazzire e ogni tanto arrangiarmi – oltre a piacermi parecchio – credo sia il cuore del lavoro creativo. È la prova che il vero valore delle cose non si misura dalla velocità con cui le ottieni, ma dalla cura che gli dedichi.

E infatti me ne accorgo: quando la uso più del solito è proprio nei momenti in cui smetto di pensare in modo spontaneo. Quando mi sembra di non avere altri mezzi all’infuori di lei, è il primo campanello d’allarme che la sto usando più del necessario – e devo darci un taglio prima di inebetirmi completamente.

Si ricollega proprio alla mia voglia di tenere il controllo totale su ciò che creo. Il mio processo parte prima di metter le zampe sul computer: tramite esperienze e connessioni che l’IA non potrà mai sostituire. Al massimo può consigliarmi come raccontarla e correggermi gli accenti nel mentre.

possiamo coesistere senza tirarci capelli e circuiti

Oggi non difendo l’uso dell’intelligenza artificiale a spada tratta, ma non ne escludo nemmeno l’utilizzo totale. Credo che per alcune cose sia utile, per altre completamente superflua.

Penso però sia importante ricordarsi che è uno strumento, e come tale va usato come estensione del proprio lavoro, non come sostituto. Noi la mente, lei il braccio.

Sì, l’IA diventerà sempre più brava e veloce a produrre le cose, ma vedila così: durante il Covid avevamo la tecnologia per fare tutto da casa – meeting, lezioni, aperitivi con gli amici – e pensavamo che avrebbe cambiato tutto.

Eppure abbiamo sofferto tantissimo il non poterci vedere, abbracciare, uscire a respirare aria fresca, e non vedevamo l’ora di tornare alla normalità. 

Questo perché siamo animali sociali, e per quanto ci sforziamo di trasformarci in bot, cercheremo sempre il contatto con altri umani- anche quando si tratta di scegliere un brand a cui affidarsi.

Oggi un brand, per distinguersi davvero, deve essere più umano che mai – soprattutto nel modo in cui comunica, e non c’è prompt perfetto che lo salvi dal comunicare l’unica cosa che conta: l’essere se stesso.

Sto sottovalutando l’intelligenza artificiale? Qualcuno direbbe di si. Ma voglio credere che da qualche parte ci sia ancora qualcuno disposto a investire su qualcosa fatto e pensato da una persona, invece che sputato fuori freddamente da un prompt.

E se l’IA mi ruberà il lavoro, fai scrivere sulla mia tomba che tutto sommato ero dalla sua parte.

hello there,

sono Laura – visual designer e illustratrice digitale.

passo le giornate a costruire identità visive (loghi, siti, illustrazioni) per chi vuole lasciare un impatto positivo.

questo è diario non segreto, il mio spazio per raccontare il dietro le quinte del mio lavoro, le riflessioni sul design e tutto ciò che più mi ispira.

torna a trovarmi per il prossimo articolo, oppure dai un’occhiata ai miei progetti.

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